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IL FATTO QUOTIDIANO
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  • Caccia al giudice
    La Argento, il magistrato che ha escluso la lista, “rea” di essere stata ripresa vicino a un ritratto del Che

    E ora anche per Anna Argento, giudice e presidente della prima Corte d'Assise di Roma, è partita la caccia. Il partito di Berlusconi ha già provveduto a denunciarla per abuso d'ufficio, ma non basta. Ora si scava nella sua vita, si analizzano le rare interviste rilasciate ai giornali, si cercano amicizie e simpatie politicamente "compromettenti".
    E' partito il "Giornale" di Paolo Berlusconi. Titolo: "Il giudice che escluse gli azzurri tiene in ufficio il ritratto del Che". Sopra una foto tratta dal "Tg3", la Presidente Argento sta indossando la toga, sullo sfondo, appoggiato a una parete e a testa in giù, un poster di Ernesto Guevara.
    Il testo dell'articolo racconta "il nuovo idolo della sinistra". Anna Argento e i suoi fan su Facebook, i voti sul video dell'intervista del magistrato rilanciata da Youtube.
    "E' la prima intervista al mondo che faccio - dice la presidente Argento - io parlo con i miei provvedimenti, ho parlato per dare sfogo a una coscienza che volevo dimostrare di avere".

    Parole ferme, precise, ma che non piacciono alla stampa di famiglia che ha bisogno di indicare alla "sua" opinione pubblica un'altra toga rossa. Tanto che Alfredo Milioni, il rappresentante del Pdl autore del pasticcio delle liste, ieri ha annunciato di voler denunciare il magistrato. "L'ho riconosciuta nella foto de Il Giornale, è lei che mi ha impedito di consegnare le liste. Ha avuto un atteggiamento ostativo e più che ostile nei miei confronti".
    "Stiamo vivendo un momento veramente basso, se anche su questa vicenda si cerca di strumentalizzare il ruolo di un giudice” , è il commento di Luca Palamara, presidente dell'Anm. Anche la giudice ieri ha parlato del "caso" poster del Che. Lo ha fatto al Tg3. "Di quel ritratto non ne conoscevo l'esistenza. Non ho mai notato che fosse lì, ma forse lo ha lasciato qualcuno dei miei predecessori. In ogni caso, anche se lo avessi visto, non avrebbe certamente condizionato le mie decisioni".

    Sugli attacchi la presidente Argento ha parole ferme. "Non li capisco, anzi, credo che ognuno sia libero di avere dentro la stanza quello che vuole. Non è mio, ma non disconosco questa figura di uomo che può essere stato pure un uomo importante. Che io poi condivida il suo modo di vivere è un altro discorso, ma non credo che quel poster possa essere ritenuto uno strumento utile a dare una colorazione alla mia figura, alla mia persona. La posizione del giudice in questo momento è difficile. Certo, prevedo strumentalizzazioni, ma francamente non le temo". Altri attacchi arriveranno, questo è certo, soprattutto dopo l'ennesima bocciatura della lista Pdl alle regionali del Lazio.

    L'ultimo giudice-nemico a finire nel mirino dei media del capo del governo è Raimondo Mesiano. La sua colpa aver firmato la sentenza Cir-Finivest. Viene seguito per giorni, le telecamere di "Mattino Cinque" non gli danno tregua, fissano i suoi atteggiamenti mentre aspetta l'autobus, mentre va dal barbiere, il conduttore in studio ironizza finanche sul colore delle calze del giudice. Un "pestaggio mediatico", una "intollerabile intromissione nella privacy di una persona".

    Attacchi e colpi bassi anche nei confronti di Fabio De Pasquale, pm del processo Mills che spesso si oppone ai legittimi impedimenti del premier. Accuse di essere "un giudice comunista" in diretta televisiva per Flavio Lapertosa, presidente della sezione penale che ha condannato l'avvocato Mills, salvo poi a scoprire che si trattava dello stesso giudice che due anni prima aveva assolto Berlusconi nella vicenda Sme.

    Stessa sorte per Nicoletta Gandus, presidente della prima sezione penale del Tribunale di Milano, anche per lei accuse di essere una toga rossa, si analizzano i suoi interventi ai convegni di Magistratura democratica, finanche i suoi viaggi all'estero.

  • L'Unto da sé
    L’ultimo libro di Berlusconi: una raccolta di lodi di fan rigorosamente anonimi. Il trionfo dell’amore ad personam

    La prima notizia la conoscete già: ieri è uscito in libreria l’ultimo libro di Silvio Berlusconi, il suo terzo capolavoro. La seconda è ancora migliore: nella fotografia di copertina il nostro beneamato premier è ringiovanito ulteriormente. Il che significa che, tenendo questo passo, bastano altri due titoli e ce lo ritroveremo effigiato con il grembiulino dell’asilo. La terza cosa che dovete sapere è che ancora una volta Berlusconi è mille anni luce davanti a tutti: L’amore vince sempre sull’invidia e sull’odio (Mondadori, 15 euro 262 pagine) è probabilmente il primo libro di un politico che è già corredato, fin dalla tipografia, di un avvincente inserto satirico.

    Un’idea originale, altro che il nostro Misfatto! Questo si intitola Il governo del fare è impaginato con la grafica che possono avere solo certe riviste aziendali della società dei traghetti, e contiene una serie di titoli esilaranti: “I principali successi: mediazione della crisi Russia-Georgia” (è stato Silvio, infatti, a far fare pace a Putin e Saakashvili, cosa credevate?). Oppure: “L’accordo con la Libia” (quello sulla piazzola-tenda di Gheddafi a villa Pamphili, probabilmente). L’altro grande successo rivendicato nel supplemento satirico è la lotta all’evasione fiscale (vedi scudo e record di evasione stimato) e l’esperienza indimenticabile della fantomatica social card: nel libro di Berlusconi si scrive: “Sono state emesse 820.000 tessere (geniale: probabilmente non ne hanno ancora consegnata nessuna, ma questa è già propaganda comunista).

    L’altro fiore all’occhiello è: “Vola la nuova compagnia di bandiera”. Ovvero: l’Alitalia. Il fatto che proprio ieri sia uscita su tutti i giornali la notizia che il ritardo medio è ormai di 18 minuti per volo – un record negativo epocale – deve essere sicuramente un tentativo di killeraggio del nostro beneamato premier che non può e non deve passare in cavalleria. A parte il ben noto “successo sui rifiuti in Campania”, nel libro sono menzionati anche altri misteriosi trionfi. Ad esempio “i buoni prepagati per i lavoratori occasionali da dieci euro”. Secondo il beneamato premier ne sono già stati erogati già 3 milioni 112 mila 511, “regolarizzando decine di migliaia di lavoratori in nero (evidentemente erano distribuiti nei fustini di detersivo assieme alle carte di credito di Mediaset premium e noi non ce ne siamo accorti perché siamo abbonati alla bolscevica Sky). Molto interessante il capitolo sulla scuola. Dove, evidentemente per qualche refuso, non si cita come un successo il licenziamento di qualche centinaio di migliaia di precari mentre si fa giustamente menzione delle prodigiose “Lavagne interattive, della pagella online, e degli sms scuola-famiglia” (devono essere quelli che viaggiano allegati ai video di bullismo).

    Ma detto questo bisogna aggiungere qualcosa di più su come è costruito questo meraviglioso libro. In realtà, il testo scritto dal beneamato presidente ammonta a 13 cartelle. Roba da far impallidire anche i grandi idilli di Veltroni (il record fino a ieri imbattuto di Forse Dio è malato, un libro sull’Africa scritto dopo una sola settimana di viaggio, e composto di 50 pagine dilatate con il lievito Liebig a 135). Per scrivere queste 13 cartelle, per giunta, Berlusconi ha ringraziato sette persone: in media una ogni due pagine prodotte (anche questo importante risultato occupazionale avrebbe meritato di essere citato fra i successi della nazione). Ma probabilmente questa piccola redazione è quella che ha aiutato l’onorevole Antonio Palmieri (altro ringraziato) deputato azzurro e responsabile del sito www.forzasilvio.it? , nel lavoro di collazione dei messaggi di solidarietà dopo l’attentato compiuto da Massimo Tartaglia il 13 dicembre a Milano. I

    l vero cuore del libro è tutto qui, e merita di essere studiato, visto che – dopo le vite dei santi, i pensieri dei pionieri del Konsomol e gli scritti di biologia di Elena Ceaucescu – fondano un nuovo importante filone nel campo già molto arato della letteratura apologetica. Tutti i messaggi sono firmati con il nome (e il cognome solo per lettera puntata).
    Che siano tutti composti da una mano singola capace di interpretare un pensiero collettivo, come quella del ministro-poeta Sandro Bondi?
    Ipotesi da escludere. I firmatari dei messaggi di solidarietà a Berlusconi esistono tutti: quindi o hanno fatto esplicita richiesta di anonimato, o è stato lo stesso beneamato premier che ha voluto tutelarli dal rischio di ispezioni fiscali (con i magistrati rossi non si sa mai). Ma va detto anche che se le mani sono tante, il fatto incredibile è che il tono medio della scrittura è incredibilmente uniforme.

    In primo luogo ci sono gli apocalittici-crociati. Che scrivono cose come “Presidente, sono con lei nella lotta contro questi barbari che non avendo argomenti validi ed essendo in astinenza da poltrona montano questo clima di odio” (Roberto, pagina 101). Oppure: “Tutto ciò era prevedibile visto il clima di odio che la sinistra, e non solo hanno creato nei confronti della sua persona” (Alberto S. pagina 36). O ancora: “Non ci voleva Cagliostro a prevedere che la campagna mediatica di odio scatenata contro il nostro amato presidente, l’unico in grado di cambiare l’Italia, avrebbe armato qualche mano” (Maurizio G. pagina 58). Per tutti questi – e tanti altri, come loro – l’aggressione è colpa della sinistra e basta. Amen. E poi ci sono tutti quelli che evocano il mito del “piccolo padre”, di staliniana memoria. “La reputiamo un nostro familiare” (Gabriele C. pagina 72). “Me piacesse ‘e v’avè comm’amico e come padre”. (Salvatore, pagina 75).

    “La mia bimba, di cinque anni ha detto: ‘Chi ha fatto male al nonno?’. Siamo rimasti tutti colpiti da questa frase, poi, riflettendo , ci siamo resi conto che Lei ormai fa parte della famiglia e come una famiglia le restiamo vicini” (Ermanno S. pagina 86). Ci sono poi anche gli ottuagenari e i vegliardi, anche loro presi dal coro mistico: “Mio padre ha più di cento anni, non sente e non vede la tv, qualche volta non si ricorda bene le cose e ripete spesso quello che ha detto un momento prima. Ogni sera mi ripete, più di una volta: ‘Lo hanno salvato a Berlusconi?’” (Francesco L. pagina 89). Poi ci sono i pianti, tantissimi: di rabbia, di commozione, di malessere . Ci sono i bambini che pregano, vecchie zie che accendono i ceri. Ma alla fine, quello che stupisce, è il tono molto uniforme, piano. È un’Italia che racconta il culto di Berlusconi e che si dissolve in lui. Un’Italia che non si racconta. Che resta appesa alla mitologia del re taumaturgo: “Io ricordo quando ero esattore alla barriera della tangenziale est di Milano. Lei passava dal casello e salutava sempre. Era il 1977, lei era meno conosciuto di adesso, ma già un signore”. Si può ridere di tutto, in questo libro, ma non di loro.

    da il Fatto Quotidiano del 10 marzo

  • Le donne votano dal 1946 ma la Carfagna non lo sa
    Ieri avevamo titolato: "Dite alla ministra chi è la ministra". Oggi aggiungiamo: dite alla ministra di studiare qualche data, tanto per non fare pessime figure planetarie. Sì, perchè Mara Carfagna, in arte ministro per le Pari opportunità, a un esame di storia sarebbe bocciata senza appello. 8 marzo, "Punto di vista", approfondimento delle 23 del Tg2.
    In studio, oltre al conduttore, Maurizio Martinelli, la ministra Carfagna e Gabriella Carnieri Moscatelli, presidente di Telefono Rosa. Si parla di donne, naturalmente, ma siccome è meglio non parlare della condizione femminile in Italia (sennò che festa sarebbe?), l’argomento è la legge sullo stalking. Ottimi risultati, per carità. Ma le chicche arrivano negli ultimi due minuti.
    La ministra accenna: "Sacche di maschilismo ancora ci sono, ma le donne sono ovunque: al governo, in Parlamento, ai vertici di Confindustria, persino tra i senatori a vita".
    Chissà perchè tutte le altre continuano a lamentarsi. Poi la Carfagna fa sfoggio della sua cultura: "In Italia paghiamo un grande ritardo: le donne hanno guadagnato il diritto di voto soltanto nel 1960, fino al 1919 erano sottoposte ad autorizzazione maritale, il delitto d’onore è stato abolito nel 1980, la riforma del diritto di famiglia è del 1970".
    Se non fosse per il ‘19, diremmo che non ne ha azzeccata una. Ministro, le donne in Italia (per fortuna) votano dal ‘46, la riforma del diritto di famiglia è del ‘75, l’abolizione del delitto d’onore dell’‘81. Ma, almeno per la tv, non si potrebbe preparare un po’?

  • Ecco perché Napolitano non doveva firmare
    Decreto incostituzionale: non rispetta il principio che la legge è uguale per tutti

    Gli intrallazzi interni al Pdl (lista Polverini) e le dubbie autenticazioni delle firme (lista Formigoni) hanno certamente creato una situazione complicata sotto il profilo politico. I fan dei due candidati si trovano in una situazione di disagio; e che questo sia avvenuto per colpa dei loro stessi leader aggiunge al danno la beffa; ma certo non risolve il problema. Perciò, si dice, il presidente della Repubblica ha firmato il Dl salva-liste perché c’era una situazione di necessità e di urgenza, che è appunto il presupposto costituzionale del decreto legge. Ma già questo non è vero. La legittimità delle liste era sub judice. Tribunali ordinari e amministrativi le stavano esaminando; contro le loro decisioni erano possibili i ricorsi previsti dall’ordinamento.

    Si trattava insomma di un consueto controllo di legalità, previsto dalla legge, che avrebbe potuto essere positivo o negativo per il duo Polverini-Formigoni. E Napolitano vuole davvero sostenere che le sentenze possono dar luogo a situazioni di necessità e urgenza? Vuole davvero sostenere che le sentenze che non piacciono possono essere cambiate con una legge? O con decreto legge, quando gli effetti di queste sentenze che non piacciono siano immediati? Insomma, viviamo in uno Stato in cui le decisioni dei tribunali possono essere cambiate dal governo? E, attenzione, non con riferimento a quanto potrà accadere in futuro; in fondo, una sentenza può porre un problema politico che il Parlamento legittimamente cercherà di risolvere. Ma con riferimento al caso oggetto della sentenza: il giudice mi ha dato torto; e io faccio una legge che mi dà ragione e di quella sentenza me ne frego.

    Sicché il primo presupposto di un decreto legge, quello previsto dall’art. 77 della Costituzione, la necessità e l’urgenza, non sussisteva; e Napolitano non avrebbe dovuto firmare. E comunque il presidente della Repubblica non avrebbe dovuto firmare per altri profili di incostituzionalità: perché anche un decreto legge deve rispettare la Costituzione, necessario e urgente che sia. Per capirci con un esempio, è certamente doveroso intervenire d’urgenza su un cardiopatico in fin di vita; ma l’intervento non potrebbe consistere in un trapianto di cuore che sia strappato a un altro paziente ancora vivo e vegeto.
    Se c’è un cuore disponibile, bene; altrimenti il paziente morirà. Insomma, non sempre c’è una soluzione a ogni problema; e talvolta bisogna accettare l’inevitabile. Dunque Napolitano non avrebbe dovuto firmare un Dl incostituzionale. La domanda allora è: il Dl salva-liste è incostituzionale? Il Dl permette a Polverini e Formigoni di presentare le loro liste nel giorno successivo alla sua entrata in vigore. Questa tecnica legislativa è praticata da sempre: si chiama rimessione in termini. C’è stato un terremoto? Alcuni adempimenti previsti dalla legge non sono stati effettuati? Niente paura: si fa un decreto legge (necessario e urgente) che prevede che tutti (tutti, nb, dunque nel rispetto dell’art. 3 della Costituzione) quelli che si sono trovati nella zona terremotata possono adempiere anche dopo la scadenza dei termini.

    Come si vede il presupposto della rimessione in termini è la "causa di forza maggiore": non è colpa mia se c’è stato il terremoto; dunque è giusto che io possa adempiere anche in ritardo. Il Dl salva-liste naturalmente non si basa sulla forza maggiore. La lista Polverini non è stata presentata in tempo perché non si riusciva a risolvere gli intrallazzi interni; e la lista Formigoni non aveva timbri e attestazioni previste dalla legge al fine di garantire l’autenticità delle firme dei proponenti: senza queste formalità (che tanto sono disprezzate da B&C) chiunque potrebbe farsi una lista a casa sua, prelevando i nomi dall’elenco telefonico. Come si vede, il problema era costituito dai comportamenti (illegittimi) dei due schieramenti e non da cause a loro non imputabili. Dal che deriva che perde di rilevanza il fatto che si tratti di una legge interpretativa (come si sono inventati gli esperti (?) di B&C) o innovativa: essa resta comunque funzionale a risolvere il problema dei soli Polverini e Formigoni.

    In verità questo fatto, di per sé, non è indicativo di incostituzionalità: si può anche emanare una legge per risolvere un problema di un singolo paese, di una comunità di cittadini, insomma un problema che non interessa proprio tutta la collettività ma solo una parte di essa.
    Ma qui torniamo all’esempio del cardiopatico: per risolvere i problemi particolari non si può pregiudicare i diritti degli altri cittadini. Gli altri concorrenti al seggio la legge elettorale regionale l’avevano rispettata: liste presentate in termini, timbri e autenticazioni corrette, insomma tutto per benino. E adesso si sentono dire che era inutile, che anche chi non ha rispettato la legge può concorrere? Ecco, qui sta l’incostituzionalità, sempre la solita, perché B&C questa cosa proprio non la capiscono: la legge è uguale per tutti e favorire alcuni cittadini e solo loro proprio non si può.

    Questo Napolitano l’ha capito; e infatti, nella sua lettera ai cittadini, ha scritto: “Erano in gioco due interessi o “beni” entrambi meritevoli di tutela: il rispetto delle norme e delle procedure previste dalla legge e il diritto dei cittadini di scegliere col voto tra programmi e schieramenti alternativi.” E poi ha scelto di sacrificare il rispetto delle norme e delle procedure. Che significa sacrificare la Costituzione: perché è la legge (e le conseguenti procedure) che regola i rapporti tra i cittadini, ivi incluso il diritto di scegliere con il voto i loro rappresentanti. E la legge è uguale per tutti. A questo punto diviene trascurabile la nefandezza legislativa messa in luce dal Tar del Lazio: l’elezione regionale è regolata da leggi regionali; e lo Stato non può legiferare in questa materia.

    E’ un fatto tecnico di straordinaria rilevanza e che bene mette in luce la superficialità e l’incompetenza di questo governo. Che d’altra parte fa del disprezzo della legge la sua ideologia: noi siamo quelli del “fare”; ciò che ci interessa è che Polverini e Formigoni partecipino alle elezioni, il come non importa. Non è l’errore giuridico che stupisce; è il disprezzo costituzionale che spaventa. Così alla fine la domanda è; ma perché il presidente della Repubblica ha firmato? E Napolitano l’ha spiegato.
    La vicenda, ha detto, “ha messo in evidenza l’acuirsi non solo di tensioni politiche, ma di serie tensioni istituzionali. E’ bene che tutti se ne rendano conto.” Io credo che il presidente della Repubblica abbia avuto paura: paura di quello che sarebbe successo se le liste del Pdl fossero state escluse; e ha deciso di non correre rischi. La storia ha dimostrato che cedere alla prepotenza è un errore, che ogni concessione alimenta prepotenze successive; e che arriva sempre il momento di dire basta. Forse questo momento era arrivato.

    da il Fatto Quotidiano del 10 marzo


    (dal canale Youtube di Gromish)

  • Corto circuito

    Telebavaglio, 3a puntata: contro la censura, la tivù ce la facciamo noi.
     


    Oggi nella redazione de il Fatto Quotidiano. Abbiamo parlato di ricorsi, regole, elezioni regionali, del decreto-salva Pdl e della bocciatura del Tar: insomma, della confusione creata dagli errori procedurali del partito di Silvio Berlusconi e dal provvedimento d'urgenza del governo firmato dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Ospiti in studio Antonio Di Pietro presidente dell'Italia dei Valori, Vittorio Macioce giornalista de il Giornale, Prof. Mario Segni, ex europarlamentare e deputato. Conducono Carlo Tecce e Silvia Truzzi della redazione de Il Fatto.

    VEDI PUNTATE PRECEDENTI:

    TELEBAVAGLIO (1a puntata)
    TELEBAVAGLIO (2a puntata)



  • Addio a Ronchey e al suo fattore R
    L’immagine che ho in mente adesso non è quella del ministro dei Beni culturali nell’austerità del palazzo e non è l’immagine del direttore de La Stampa, così attento e formale in quel suo lungo ufficio rettangolare, lui seduto al fondo della stanza che ti sembra pronto per una foto tessera, mento alto e sguardo riservato. L’immagine è quella di un signore in giacca, cravatta, camicia bianca, taccuino e penna in mano, che corre a perdifiato dietro una massa disordinata in fuga, giovani e giovanissimi di tutte le dimostrazioni. Ma qui siamo in piazza della Costituzione, ad Atene, è un giorno di primavera del 1967. I ragazzi sono inseguiti da soldati armati, non dalla polizia. In fondo alla strada arrivano i carriarmati. Noi, gli altri giornalisti italiani, siamo più prudentemente sul marciapiede, davanti all’unico negozio aperto che era anche la sede dell’agenzia France Press, e dunque il solo punto di verifica delle notizie nell’Atene di quei giorni. Nessuno di noi, abituati a Ronchey professorale e compassato, lo aveva mai visto correre, per giunta in abito grigio e cravatta.

    Né ci saremmo immaginati lo scatto con cui ha deviato, è saltato dentro la France Press, ha afferrato dal bancone il bollettino appena battuto e, col foglio in mano (l’annuncio del colpo di Stato) , ha ripreso a correre tra i manifestanti e i soldati. “Volevo vedere con esattezza” ci ha spiegato dopo, col fiato grosso. Voleva descrivere, ma non per sentito dire, il momento in cui i soldati cominciano a circondare i ragazzi bloccati nella piazza e una dimostrazione diventa un’operazione militare. Diventa il golpe. Era prudente nello scrivere, Alberto Ronchey , nel senso che nel suo testo non ci sarebbero stati aggettivi o forzature. Ma era un giornalista implacabile, Alberto Ronchey. Quello che vede, vede; quello che sa, sa. Niente andrà in pagina senza la doppia verifica (“ho la sindrome da accertamento”, ti diceva con una punta di orgoglio, in un mondo di colorita approssimazione, spesso ritenuta necessaria per un bell’articolo).

    L’amicizia era nata prima, con una forte componente di ammirazione da parte mia. Vivevo in America. In quegli anni (gli anni di Kennedy) scrivevo per Il Mondo, ma non facevo il giornalista. Ero parte di un piccolo gruppo di italiani che dirigevano una grande azienda americana. Questo fatto – e gli amici comuni, che avevano combinato l’incontro – hanno reso più facile l’amicizia, che poi è durata sempre. Per Ronchey l’amicizia era stima. Eravamo a New York e poi a Washington nei giorni della crisi di Cuba. Di nuovo l’uomo in grigio, detto anche l’ingegnere per la sua precisione, era pronto a partire per Miami, a imbarcarsi per Cuba, se il dramma – con il suo rischio immenso – non si fosse fermato. Aveva chiesto, aveva ottenuto, carte e permessi. Ronchey era già tra i migliori e più accurati conoscitori del mondo sovietico, con quel suo modo di fare il giornalista come un patologo che non ha altre opinioni sulla malattia, tranne che accertarla e studiarne caratteri e cambiamenti.

    Questo non gli ha impedito di essere l’inventore – riconosciuto e celebrato – del Fattore K, che in tutta la pubblicistica italiana ha descritto per decenni, in due sole parole, l’anomalia (non la minaccia) del più grande partito comunista dell’Occidente nell’Italia del Patto Atlantico. Ed è sua la parola “lottizzazione”, con cui Ronchey ha descritto (per sempre, perché è più usata e più utile che mai) la spartizione delle aree di influenza dentro il servizio pubblico, in particolare la Rai. L’unica differenza è che – ai nostri giorni – l’influenza del più potente è diventata dominio e nessun Fattore K tiene testa all’allargarsi del dominio. Il ministro dei Beni culturali Ronchey resta nella memoria per i panini di mortadella che erano il suo unico spuntino quotidiano (andare a casa a mangiare gli sembrava una perdita di tempo a carico del ministero) e per aver messo in moto con fatti realmente e rapidamente accaduti un ministero che prima di lui era una laurea ad honorem. I suoi editoriali, fino all’ultimo, di poche settimane fa, avevano tre caratteristiche molto anglosassoni e poco tipiche nella nostra fabbrica delle opinioni, quasi sempre orientate per far piacere a qualcuno. Partono da un fatto. Aggiungono dati non noti (o ne correggono di sbagliati). E si concludono con un’ipotesi, a volte con un preannuncio. Chi lo ha seguito, con attenzione e amicizia attraverso decenni, può dire: Ronchey ha visto giusto, ha visto prima più di una volta. E così i lettori italiani – non solo gli amici – si ricorderanno di lui.


    Alberto Ronchey (FOTO ANSA)

    da Il Fatto Quotidiano del 9 marzo 2010

  • Ecco con chi vuole governare la Polverini
    Lazio, gli impresentabili che sognano una poltrona.

    C’è il senatore che è una macchina da guerra delle raccomandazioni. C’è l’imprenditrice che doveva costruire un albergo, ma poi pensò bene di scavare, scavare e scavare ancora, e il medico con la passione per la politica finito in brutte storie. Pure lui produceva segnalazioni: amici, amici degli amici, elettori. E’ l’elenco degli “impresentabili” del Lazio, tutti dell’area Pontina, tutti candidati con la destra di Renata Polverini, la sindacalista che aveva promesso pulizia nelle liste.

    Latina, Minturno, Scauri e Terracina, zona di buone mozzarelle e di mare, ma anche di mafie. Qui si sono insediati i Casalesi, e qualcuno dice che Antonio Iovine, ‘o Ninno, passi in questi luoghi parte della sua eterna latitanza, ma anche la ‘Ndrangheta. Quella che aveva in don Mico Tripodo uno dei suoi capi, praticamente comanda a Fondi, dove da anni hanno messo radici i figli Venanzio e Carmelo. Fondi, il comune che doveva essere sciolto per mafia, perché tutto, dagli appalti ai servizi cimiteriali, dalla gestione del Mof, il mercato ortofrutticolo più grande d’Europa, è nelle mani degli amici calabresi. L’aveva chiesto una Commissione d’accesso, un prefetto della Repubblica, finanche il Consiglio dei ministri. E’ finita in burletta, con i consiglieri della maggioranza, tutti del Pdl, che si sono dimessi impedendo, di fatto, il commissariamento. Perché qui comanda uno solo, Claudio Fazzone, ras dei voti, collettore di preferenze, padrone del territorio.

    Uno che ne ha fatta di strada da quando era un semplice poliziotto accompagnatore di Nicola Mancino quando l’attuale vicepresidente del Csm era ministro dell’Interno. Fazzone è un doppiolavorista, è senatore della Repubblica, ma anche numero uno di Acqualatina, il consorzio che gestisce l’acqua pubblica nell’area Pontina. Le tariffe sono tra le più care d’Italia, ma il gettone del senatore è ragguardevole: 90 mila euro l’anno per un incarico in forte odore di incompatibilità.

    "Peppe Franco è cugino di primo grado del sindaco di Fondi Parisella Luigi. Il fratello di Peppe Franco che si chiama Luigi è socio in affari sia con il Parisella Luigi che con il Sen. Fazzone Claudio nella gestione della Silo srl, società titolare di un capannone sito in località Pantanelle. Questo capannone doveva essere adibito alla lavorazione di prodotti ortofrutticoli e ha anche ricevuto contributi pubblici per oltre due miliardi di lire per questo scopo. Tuttavia quest’attività imprenditoriale non è mai iniziata, mentre invece l’area su cui sorge questo capannone inutilizzato è stata interessata da una variante al piano regolatore generale approvata tra il 2002 ed il 2004 che ha determinato un forte incremento delle infrastrutture viarie”. Nero su bianco nell’inchiesta Damasco della Procura antimafia di Roma.

    Peppe Franco, per la cronaca, è accusato di trafficare in droga e armi e di essere legato a doppio filo con i clan della Camorra e della ‘Ndrangheta. Il senatore Fazzone, che ha fatto fuoco e fiamme contro lo scioglimento del suo comune (“ho difeso Fondi da una campagna di discredito senza precedenti”), è capolista del Pdl nella circoscrizione di Latina. Attivissimo nel comitato elettorale della Polverini, punta alla poltrona di assessore alla Sanità. Un Dio in terra. Nel frattempo è sotto processo proprio per la sanità pubblica. Raccomandazioni, almeno sessanta lettere censite e pubblicate dai cronisti di Latina Oggi (bravi giornalisti piu’ volte minacciati), che iniziavano sempre con un “Caro Benito”. Tutte rivolte al direttore della Asl di Latina. C’è un concorso per cinque posti di tecnico di radiologia (131 partecipanti), Fazzone ne raccomanda proprio cinque , di questi sono in quattro a vincere. Imbattibile, anche quando si tratta di segnalare ditte amiche per appalti. “Caro Benito, ti chiedo di far effettuare alla tipolitografia… la fornitura degli stampati per ospedali e ambulatori anche in assenza di gara”. Anche il nome di Romolo Del Balzo, medico di Minturno legatissimo a Fazzone e candidato al consiglio regionale, compare nelle carte di Damasco per una vicenda di recupero crediti alla quale si sarebbe interessato proprio Carmelo Tripodo.

    Del Balzo è indagato dalla Procura di Latina per una storia di raccomandazioni per la selezione di un corso di infermieri e per le pensioni di invalidità. Gina Cetrone, invece, è candidata nel listino della Polverini. Se la sindacalista che voleva liste pulite vincerà, occuperà uno scranno alla Pisana che la ripagherà delle disavventure giudiziarie. Imprenditrice di Sonnino, la signora Cetrone – che si occupa di marketing alla provincia di Latina governata dal centrodestra – è finita nelle maglie della giustizia per abusivismo edilizio e abuso d’ufficio. Assieme al fratello avevano presentato il progetto per costruire un albergo per anziani, ma la concessione era scaduta più volte senza che i lavori vedessero mai un inizio. Nel cantiere si scavava soltanto, nel 2007 la Guardia Forestale sequestra tutto sospettando che quel cantiere in realtà fosse solo una cava estrattiva. Senza permessi era stata sbancata una intera collina.


    Renata Polverini, candidata nel Lazio, con il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi (FOTO ANSA)

    da Il Fatto Quotidiano del 9 marzo 2010

  • Decreto SalvaPdl: com'è andata veramente

    Redazione de Il Misfatto


    Clicca qui o sull'immagine per ingrandire

    da il Fatto Quotidiano del 7 marzo

  • L'ultimo reality show
    Quindicimila persone seguono su Facebook "L’Isola dei cassintegrati" degli operai Vinyls all’Asinara

    di Cinzia Simbula

    Iglesias - C’è chi lo fa per mettersi alla prova, o semplicemente per vanità e quel gusto irrefrenabile di stare sotto i riflettori. Così, giusto per far sapere di esistere. Loro no, ne farebbero volentieri a meno di telecamere e giornali. Non cercano la fama, ma vogliono scacciare la fame. Quella che, sempre più minacciosa, si intravede nel loro orizzonte di cassaintegrati.
    In palio il lavoro. Isola dell’Asinara, nord Sardegna, ex supercarcere che ospitò i boss del 41 bis, tra cui Totò Riina, da una decina di giorni è diventata “L’isola dei cassaintegrati”. Quelli della Vinyls di Porto Torres, alle prese con una vertenza sfiancante. E neppure di farlo con una certa inventiva. l’Asinara, eden con natura mozzafiato e habitat dei teneri asinelli bianchi con gli occhi azzurri, è diventata una sorta di “contro-isola dei famosi”. Le celle che ospitarono superboss e brigatisti sono diventate il loro rifugio verso la libertà, per strappare via di dosso quelle catene della disperazione. Si lotta per il lavoro da queste parti e in palio non ci sono premi milionari e fama assicurata. Il traguardo da raggiungere è lontano anni luce da quello di stelle, stelline, o protagonisti dei reality in tv. Gli “eroi” dell’Asinara lottano per vedere riconosciuti i propri diritti di operai, in cassa integrazione ormai da quattro mesi e un futuro incerto. Il loro stabilimento di Porto Torres, un tempo Enichem, è ancora chiuso. Circa 130 lavoratori, cui si aggiungono quelli delle cooperative.

    Impianti fermi. Nessuna certezza; in prospettiva solo la speranza affidata alla recente notizia dell’intesa tra Eni e gli arabi della Ramco, che dovrebbe culminare con l’acquisizione della Vinyls. Ma gli operai non si fidano e aspettano i fatti e decisioni definitive, troppe volte rimandate. Già il 15 dicembre si attendevano il riavvio degli impianti. Sono trascorsi quasi tre mesi e non è cambiato nulla. Per questo i dubbi restano, fortissimi, e l’occupazione dell’isola-parco va avanti a oltranza, come il presidio della Torre Aragonese di Porto Torres, iniziato due mesi fa. Battaglia dura per la sopravvivenza. Con la certezza del sostegno da parte degli operai di altre realtà in difficoltà: quelli dell’Alcoa di Portovesme, ad esempio, che nei giorni scorsi hanno portato la loro grinta sull’isola dei cassaintegrati. Poi i viveri, formaggi, carne, frutta, pane, assicurati da pastori, allevatori, agricoltori. Una rete di solidarietà tradizionale che si affianca a quella dei social network.

    Sostegno web. Su Facebook è stato aperto un gruppo che, in dieci giorni, ha superato i 20 mila iscritti. "L'isola dei Cassintegrati è un reality "reale", purtroppo, dove nessuno è famoso, ma tutti sono senza lavoro – scrivono gli amministratori del gruppo Michele Azzu, figlio di un cassintegrato, e Marco Nurra – Trincerati in un’isola simbolo della più grande Sardegna ormai in crisi profonda, alloggiati in celle non peggiori delle sbarre che governo, regione ed Eni hanno messo loro davanti. Nessuno yacht, billionaire e soubrette su quest’isola, solo la cruda verità di una politica che non dà risposte, e di una società a controllo statale, l’Eni, che persegue i propri scopi aziendali passando sulle vite di centinaia di famiglie. E, non ultimi, un gruppo di operai coraggiosi che lotta per i propri diritti”. Sara Vellutini ricorda i pericoli costanti sull’isola e teme per l’incolumità degli operai: “Il forte vento ha fatto cadere un palo della luce e per più di tre giorni queste persone sono rimaste tagliate fuori dal mondo, senza luce e senza poter ricevere nulla perché le imbarcazioni non potevano arrivare per via del mare mosso”.

    L’onda di protesta. L’occupazione dell’isola è solo la più clamorosa protesta messa in atto dai cassaintegrati per sbloccare la vertenza. Circa un mese fa hanno bloccato gli autobus dell’Arst, l’azienda che gestisce il trasporto pubblico su gomma. Dal 7 gennaio va avanti anche il presidio della Torre aragonese davanti al porto. Una battaglia estenuante per salvaguardare i circa 130 lavoratori diretti, cui si aggiunge tutto l’indotto. La Vinyls avrebbe dovuto riprendere l'attività il 15 dicembre scorso ma la produzione è ferma in attesa che si trovi un compratore. La vertenza Vinyls è in uno stato di estrema incertezza da oltre un anno, da quando l’azienda è stata commissariata a seguito del fallimento della Sartor. Con il commissariamento si sarebbe dovuta avviare una nuova fase, per permettere il riavvio degli impianti già a metà dicembre e la vendita a nuovi acquirenti. Sinora, invece, nulla di fatto. Il “reality”, in Sardegna, è questo.

    da il Fatto Quotidiano del 9 marzo

  • Una figura ridicola
    Hanno fatto la fine dei "Soliti ignoti" che nel famoso film volevano svaligiare il monte dei pegni e si sono ritrovati in una cucina. Ai soliti noti del governo Berlusconi è toccato di peggio: il loro furto di legalità, il decreto golpe per truccare gli errori madornali del Pdl è stato respinto dal Tar del Lazio con ignominia.
    Se Formigoni è riuscito a farla franca in Lombardia, sul ricorso della Polverini a Roma non c’è stata partita. Non solo il decreto non si applica alla legge regionale del Lazio ma la norma secondo cui la sola presenza in tribunale dei rappresentanti di lista vale come presentazione, dicono i giudici amministrativi, non sta in piedi.
    Un’ulteriore dimostrazione di incapacità e cialtroneria da sommare all’arroganza del premier e della sua corte dei miracoli.
    La cosa tragica è che la guida di un grande paese come l’Italia sia affidata a soggetti del genere. E che il loro caporione possa presentarsi indisturbato al Quirinale e minacciare il capo dello Stato: o fai come dico io o scateno la piazza.
    Di tali inaudite minacce si parla da giorni sulla stampa. E tracce di questi "gravi contrasti e divisioni" si trovano nelle parole di Napolitano sul sito del Quirinale.
    Forse le vere ragioni di quella contestatissima firma presidenziale sotto un testo oltre che scombiccherato palesemente incostituzionale, sono ancora tutte da scoprire.

    da il Fatto Quotidiano del 9 marzo